E’ morto Sante Moretti, un nome indissolubilmente legato a quello di Cecchin

Pubblicato: 14 febbraio 2014 in Attualità

In questi giorni si è spento a Roma, dopo una lunga malattia, come si dice, Sante Moretti, a 80 anni d’età. Un nome che ai più giovani dirà poco. Ma chi ha vissuto gli anni di piombo, Sante Moretti lo ricorda invece molto bene. Storico segretario della sezione del Pci di via Tigrè, nel quartiere Africano, negli anni ‘70, passò nel 1991 a Rifondazione comunista. Su ‘Liberazione’, Paolo Ferrero lo ha dipinto come un grande dirigente sindacale, perseguitato dai fascisti. Il quotidiano riporta un’autobiografia di Moretti, che racconta del suo impegno per i braccianti e per i pensionati. Solo verso la fine Moretti fa un fugace cenno al  fatto che fu “obbligato a trasferirsi” dal quartiere Trieste “perchè perseguitato dai Nar che volevano la mia morte a seguito dei fatti di Cecchin”.

Un nome quello di Francesco Cecchin, a cui è invece indissolubilmente legato. Cecchin era un attivista del Fronte della Gioventù. La notte del 28 maggio del 1979 camminava a piazza Vescovio con la sorella, quando venne sorpreso e inseguito da due uomini scesi da una fiat 850 bianca. Il giorno dopo fu trovato mortalmente ferito nel cortile di un palazzo lì vicino, dopo essere stato pestato  e gettato da un parapetto alto 5 metri. Morì il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, a neppure 18 anni di età. Non riprese mai conoscenza, altrimenti avrebbe sicuramente fatto i nomi degli aggressori.
Erano gli anni in cui risuonavano le parole: “Uccidere un fascista non è un reato”. Al processo non si arrivò mai al dunque. Alla fine l’unico imputato, Stefano Marozza, che possedeva una 850 bianca e ammise una lite con Cecchin la sera prima, venne assolto. Era lui l’aggressore?  Al processo non fu data risposta. Tantomeno si cercarono le tracce del secondo individuo. Ma negli ambienti del fascismo militante non ci fu un attimo di dubbio. I Nar decretarono su un volantino la condanna a morte di Sante Moretti, che aveva partecipato con Marozza al famoso diverbio  con Cecchin. Moretti, ex pugile, all’epoca 46-enne, aveva minacciato davanti a testimoni il ragazzo: “Stai attento. Perché se poi mi incazzo ti potresti fare male”.

Francesco Cecchin

Le indagini però furono lacunose. Moretti non fu neppure indagato. La Corte stabilì solo che quello di Cecchin era stato un omicidio  volontario. A distanza di 34 anni l’assassino, o gli assassini, sono rimasti senza un nome.

Che cosa resta di Francesco Cecchin? Molto. Ad esempio queste parole: “E Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile, con le chiavi strette in mano, strano modo per morire…”. Sono della canzone “Generazione ‘78” scritta dal cantautore  Francesco Mancinelli, e fanno venire i brividi sulla pelle. E restano ancora, dopo oltre 30 anni, le polemiche degli ex Pci per coprire le responsabilità di quell’omicidio. Come la polemica sul monumento a Cecchin eretto da Alemanno nel febbraio 2013 nei giardini di piazza Vescovio. Buona parte del Pd romano e l’Anpi, sollevarono un putiferio: “Alemanno è un sindaco di parte”, “E’ un’indecente operazione fascista”…..
Immediate le repliche dal Pdl allora. Ma pensiamo che la risposta migliore sia di Luca Telese, giornalista, autore del libro Cuori Neri, biografia di 21 vittime di destra degli anni di piombo, non certo sospettabile di simpatie per il fascismo: “Sono parole dettate dall’ignoranza, la memoria – dice – non è nè di destra nè di sinistra. Fra l’altro questi non sanno nulla neppure della famiglia Cecchin, che sono uno dei modelli più alti di coscienza civile. In questi anni  hanno portato il loro lutto con decoro e dignità.  Vanno ricompensati almeno col rispetto”. Perchè queste polemiche? “Qualcuno crede così di guadagnare un po’ di consenso. Il monumento dovrebbe aiutare a cicatrizzare questa ferita, invece è il pretesto per una misera battaglia di consenso…..”.
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