Roma e il Malocchio/ La strega Canidia

Pubblicato: 17 novembre 2012 in Cultura

Mille erano le superstizioni fra gli antichi Romani. Se nell’uscire di casa si inciampava era brutto segno. Lo stesso se una gallina cantava come un gallo. La paura del gatto nero a quei tempi era rivolta contro i cani neri. I Romani evitavano di sposarsi in certi giorni e mesi; non varcavano mai la soglia di casa  col piede sinistro. Era presagio di sventura perfino starnutire a tavola. Nei banchetti con numero dispari di commensali, il restare tutti zitti preannunziava una disgrazia a ciascuno, quindi si parlava senza tregua.

Per debellare la storica peste del 367 a. C.  i Romani ricorsero con successo a un chiodo, il clavus annalis, piantato nel tempio di Giove dal dittatore Marco Furio Camillo.

C’era poi l’usanza dei polli sacri. La mattina di una battaglia se i polli beccavano il grano, bene. Altrimenti era  meglio rimandare. Nella Prima Guerra  Punica, il console Publio Claudio  Pulcro, che comandava la flotta romana a Lilibeo, aveva a bordo i polli sacri. Che però non avevano fame. Alla fine li gettò in mare e dette battaglia. Fu sconfitto dai Cartaginesi perché i suoi uomini lo ritennero colpevole di empietà.

I Romani però erano letteralmente terrorizzati dal malocchio. Un’antica pratica malefica, che trasmetteva potenti disgrazie con la forza dello sguardo. Alcuni erano sospettati di stregoneria, soprattutto le donne. Medusa, si diceva, era capace di trasformare gli esseri umani in pietra solo con la forza degli occhi.

Per difendersi dal malocchio l’unica era tenerlo a bada con i talismani. Ancora oggi c’è chi tiene in casa una zampa di coniglio. Molti a quei tempi tenevano invece inchiodata alla porta  di casa una barba di lupo. La credenza nelle potenze soprannaturali fece sorgere le prime pratiche millenarie di stregoneria femminile nelle questioni d’amore. Per attrarre l’amato, la donna si rivolgeva alla strega, tanto più apprezzata quanto più era brutta. La strega preparava intrugli con ingredienti disgustosi – viscere di rospo e ossa di serpente – da far bere all’uomo da conquistare.  Se questo non bastava, la megera tagliava corto ai tormenti d’amore con un potente veleno da somministrare col vino all’amato riluttante.

I cimiteri erano i luoghi d’eccellenza per i riti più sinistri. Orazio descrive nelle Epodi la scena di un sortilegio all’Esquilino:  due fattucchiere, Canidia e Sàgana, a piedi nudi, vestite di nero, invocano i morti, scavano la terra con le unghie e la riempiono di sangue; la luna è rossa, ad evocare le potenze infernali. A quei tempi all’Esquilino sorgevano fra le altre la lussuosa villa  di Mecenate e il famoso Ninfeo degli Horti Liciniani. Ma secoli prima l’area  era semi-disabitata, racchiusa solo in parte dentro le Mura Serviane. Il resto era aperta campagna, costellata di tombe, ma più spesso di fosse comuni, scavate a casaccio, in cui venivano gettati i corpi di vagabondi e  criminali. Spesso disseppelliti nottetempo da streghe e negromanti e vittime di pratiche magiche.  Sotto l’Esquilino si estende un’antichissima necropoli, ancora oggi oggetto di scavi. Sulle pareti della necropoli sono stati rinvenuti simboli esoterici vecchi di millenni. /2 (segue)

 

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