Fantasmi a Roma/Lo spettro del Campidoglio

Pubblicato: 4 novembre 2012 in Cultura

Roma non è la Scozia, terra di castelli medievali, soffitte misteriose e spettri. Eppure la Città Eterna, almeno nelle dicerie, regge il confronto. Da Messalina in poi, tutti i grandi personaggi del passato morti di mano violenta, vagherebbero invisibili per i vicoli e i palazzi antichi. E con loro ombre ancora più misteriose. Come il fantasma del Campidoglio. Che assisterebbe non visto alle riunioni e si aggirerebbe, si dice, perfino negli uffici riservati del sindaco. Quanto segue è il racconto di un fatto che destò all’epoca grande scalpore. E riportato fedelmente sulle gazzette del tempo.

Teatro della vicenda le lugubri prigioni dei sotterranei di Palazzo Senatorio, sul colle del Campidoglio. Sotto le prigioni si trovano i resti di un antico tempio dedicato alla divinità infernale di Veiove, il dio della vendetta, di origine etrusca. Da lì,  per una ripida scala di pietra, si scende 10 metri più sotto nel Carcere Tullianum, il luogo in cui nell’antica Roma i condannati a morte venivano giustiziati. Un posto non molto allegro, insomma.

E’ la mattina di giovedì 26 luglio, anno domini 1713.  “Alle 12 cadde pioggia impetuosa. Era carcerato per ragione di rissa nella segreta del Campidoglio un giovane di barberio, il quale nel risvegliarsi vide nella segreta un uomo con barba longa di buon aspetto”. Così narra il cronista dell’epoca, il celebre incisore Francesco Valesio, autore del “Diario di Roma 1700-1742”. Insomma, il  garzone di una bottega di barbiere venne svegliato dal temporale e scorse un vecchio. Il giovane si meravigliò nel vedere in carcere un uomo avanti negli anni, con una barba bianca e vestito di una toga, e lì per lì lo scambiò per un giudice. Il vecchio  cominciò a fare strani discorsi, gli disse che era un senatore romano dei tempi di Giulio Cesare. Poi mise la mano in tasca, e gli dette una moneta. Luccicante, forse d’oro. Il giovane, eccitato da tanta generosità, subito gli chiese altre monete. L’uomo però scosse la testa, prese tempo: sarebbe tornato, disse.

Venuta l’ora del giro d’ispezione, il garzone raccontò tutto al secondino. Che informò della cosa il comandante. “La stessa sera alle 23 hore – racconta nel diario il Valesio – mentre il carcerato cenava, ecco aprirsi la porta e ritornare il fantasma e lo rimproverò di aver propalata la cosa e perciò essersi perduta la sua fortuna e che egli lo voleva arricchire. E pose in terra tre scatole, che al carcerato parve fossero ripiene di monete d’oro. Essendo la stanza alquanto oscura, il fantasma presegli il ferraiolo, la camiciola ed il giustacore e se le portò via”.

La porta restò aperta, accorse il guardiano e dette l’allarme. I panni del garzone vennero ritrovati fra la prima e la seconda porta della segreta; la camiciola era in un cantuccio, coperta di polvere. Sul pavimento della cella, al posto delle scatole di monete, c’erano tre mattoni. Negli anni successivi il fantasma sarebbe riapparso a più riprese ad altri carcerati, ed ogni volta se ne sarebbe andato, lasciando per terra inutili mattoni.

Quanto valeva l’unica moneta rimasta nelle mani del garzone? Era un giulio dei tempi di Giulio II. Appena 20 baiocchi, pochi spiccioli. Se é vera la storia, il fantasma sarebbe, insomma, piuttosto avaro oltre che permaloso. Sta di fatto che il Senatore pontificio dell’epoca stese una dettagliata relazione dei fatti, custodita tutt’ora gelosamente negli archivi segreti del Vaticano.

A breve una nuova serie: la ROMA DEL MALOCCHIO.  

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