La Roma dei Misteri/5

Pubblicato: 6 ottobre 2012 in Attualità

                                                                             CAMPO DE’ FIORI

Nel ‘600  la piazza era il centro storico di Roma, tutta la città ruotava attorno a Campo de’ Fiori.  A  Palazzo Orsini c’era il via vai di nobili, cardinali, ambasciatori.  Due volte a settimana si teneva il ricco mercato dei cavalli.  Sulla piazza si affacciavano alberghi, locande, le case delle cortigiane. Di tutto, di più.  La maggiore attrattiva, però, era …. il palco del boia.  I primi tempi il popolino si affollava nella traversa di via della Corda, così chiamata per il patibolo, costituito appunto da una fune appesa a un balcone.  Poi il vicolo non bastò più. Il patibolo finì al centro della piazza.  Quando  il filosofo Giordano Bruno venne arso sul rogo nel febbraio del 1600, Campo de’ Fiori  era gremita all’inverosimile. Per  vedere all’opera  Mastro Titta (1779-1869), noto come il Boia di Roma, si accorreva da ogni angolo della città.

Ma  Campo de’ Fiori e i suoi dintorni furono teatro anche di un’orribile catena di delitti.  Vittime oltre seicento uomini, morti avvelenati fra il 1651 e il 1659.

Un storia dimenticata da secoli, ma fedelmente riportata dalle cronache. Il nome del veleno era la  “Manna di San Nicola”. Così era chiamato a Bari un olio che mescolato all’acqua si credeva avesse  proprietà curative.  E così  lo chiamavano le mogli che decidevano di far fuori i consorti.  A volte per insofferenza, altre per mettere le mani sull’eredità.

Il veleno  era anche chiamato “Acqua Tofana”, dal nome di Giulia Tofana. Chi era costei? La cronaca  del cardinale Pallavicini, biografo  di Papa Alessandro VII, così la descrive: “Era venuta a Roma dalla Sicilia, con un veleno agevole a comporsi quanto impossibile a conoscersi, non distinguendo né il sapore né il colore dall’acqua ed uccidendo con malattia di pochi giorni, senza  verun di quegli accidenti comuni alle infermità ordinarie”.

La donna, si dice bellissima, mezza cortigiana e mezza fattucchiera, aveva preso casa a Campo de’ Fiori. Alle consorti che volevano sbarazzarsi dei mariti, Giulia spiegava in segreto e dietro compenso come fare.  “Spacciava questa malefica arte  per carità, onde le mogli si liberassero dalla tirannia degli insoffribili mariti, senza macchia della reputazione e per mezzo di una morte desiderabile ad ogni cristiano, che dava tempo di provvedere all’eterna salute coi sacramenti” racconta il cardinale Pallavicini.

La ricetta del veleno? “Due once di arsenico macinato, un “grosso” di piombo e una foglietta (mezzo litro) d’acqua”. Giulia vergava di suo pugno le istruzioni:   “Si acciacca il piombo o l’antimonio e, unito all’arsenico, si mette a bollire in una pignatta nova, otturata bene, sino a che cali un dito. E  dopo che è  stata al fuoco a bollire, l’acqua é chiara e pulita. L’acqua, dopo che è presa in vino o minestra, provoca il vomito e comincia a operare; e, dopo qualche giorno, sopraggiunge la febbre, e così, in 15 o 20 giorni, secondo che gli è data gagliarda, fa morire chi la piglia”.

La storia andò avanti otto anni, dal 1651 al 1659.  Le vittime furono oltre seicento. Roba da far impallidire Lucrezia Borgia. Ricchi uomini d’affari, vecchi nobiluomini. Una strage.

Alla fine, però, qualcuna tradì il segreto. Le colpevoli furono arrestate. Il processo culminò in 46 condanne a morte. Alcune furono murate vive, Giulia Tofana con le altre fu impiccata a Campo de’ Fiori. E con lei la figliastra, Girolama Spara, nota come “l’Astroliga della Lungara”. L’impiccagione avvenne il 5 luglio 1659. L’indomani fu affisso un editto: “Credesi, che per l’esempio del castigo pubblicamente dato in alcune donne venefiche,  si sia a sufficienza posto remedio. Nondimeno per maggior cautela, si manifesta a tutti l’Antidoto contro l’acqua velenosa. Gli accidenti e segni della detta acqua sono vomito, passione di stomaco, sete inestinguibile, arsura nella gola. L’Antidoto è succo di limoncello e aceto nella quantità di tre oncie, reiterandolo in caso di continuazione, e rendendone grazie alla Sua Divina Maestà”.

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